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La Città della Gioia – Dominique Lapierre

❝ Con tutti quei fari e quelle sirene sul manubrio, le larghe ruote dipinte di verde e di rosso, il serbatoio scintillante come un filone d’argento e il sellino foderato di pelle di pantera, assomigliava a una di quelle grosse moto che si vedono nei film. Stretto in un paio di pantaloni di cuoio a zampa di elefante e in camicia di seta, il suo pilota percorreva scoppiettando le viuzze della Città della gioia. Tutti conoscevano quel robusto giovanotto con gli occhiali neri che distribuiva saluti e sorrisi come un uomo politico durante la campagna elettorale. Era un personaggio dello slum non meno familiare del molla cieco della grande moschea e del vecchio bramino del tempietto vicino alla ferrovia. Si chiamava Ashoka, come il celebre imperatore della storia indiana. Era il figlio maggiore e il principale luogotenente del capo della “mafia” locale.

Nonostante i suoi settantamila abitanti, la Città della gioia viveva senza nessuna autorità legale. Non aveva né sindaco né giudici né poliziotti. Come nella bidonville dei Pal, quel vuoto era stato prontamente colmato dalla mafia che regnava sovrana sullo slum. Essa dirigeva, ricattava, arbitrava. E nessuno ne contestava il potere. C’erano diverse famiglie rivali, ma il “padrino” più potente era un indù di una sessantina d’anni, che portava dei grossi occhiali e viveva con i figli, le mogli e il suo clan in un palazzo moderno di quattro piani vicino allo slum, dall’altra parte della Grand Truck Road, la strada di Delhi. Si chiamava Kartik Babu, nome che il padre gli aveva dato in omaggio al figlio di Shiva, dio della guerra.

Quasi tutti gli spicci clandestini di alcol della bidonville erano suoi.

Inoltre controllava il traffico degli stupefacenti e la prostituzione locale. E poteva altresì vantarsi di essere uno dei più grandi proprietari immobiliari di Anand Nagar. Si era saputo scegliere gli inquilini con estrema abilità. Alle famiglie dei profughi, aveva preferito mucche e bufale. Gli appartenevano quasi tutte le stalle dove stavano i circa 8500 bovini dello slum. L’invasione animale, con il suo fetore, i milioni di mosche e il fiume di liquame che scaricava ogni giorno nelle fogne, risaliva al giorno in cui, per ragioni d’igiene, l’amministrazione comunale aveva espulso le stalle dal centro di Calcutta. A gran voce era stata annunciata la creazione di altre stalle municipali fuori dalla città. Ma come sempre non accade niente e gli animali furono semplicemente trasferiti nella Città della gioia e in altri slum. Il Padrino era stato uno dei principali beneficiari di tale operazione: era molto più vantaggioso dare un tetto a una mucca che a una famiglia di nove persone. Come diceva lui: “Per lo stesso affitto e lo stesso spazio non si rischia la minima rivendicazione”.

Tutti sapevano che il Padrino disponeva di ben altre fonti di reddito. Tra l’altro dirigeva una rete di ricettatori che compravano e rivendevano le merci rubate nei vagoni delle ferrovie. I profitti di questo racket ammontavano a milioni di rupie. Ma soprattutto traeva guadagni considerevoli da uno sfruttamento particolarmente odioso. Taglieggiava i lebbrosi di Anand Nagar. Non contento di incassare gli affitti di quasi tutti i loro miserabili tuguri, li costringeva a versare una tassa quotidiana di una o due rupie in cambio della sua “protezione” e di un posto per mendicare nelle vicinanze della stazione di Howrah. Per potersi dedicare impunemente a simili esazioni, il Padrino aveva bisogno di seri appoggi politici. Correva voce che rifornisse generosamente le casse del partito al potere, di cui era il più attivo agente elettorale. Dei suoi traffici facevano parte le schede di voto della Città della gioia, anche quelle tenute dai moncherini dei lebbrosi. Stranamente la gente si adattava abbastanza bene a questo stato di cose. In mancanza di ogni altra autorità incontestata, faceva spesso ricorso a quella del Padrino il quale diventava allora un riparatori di torti, una specie di Robin Hood. Naturalmente non interveniva quasi mai di persona, e delegava invece al figlio maggiore Ashoka o altri membri del suo clan. Ma era lui a tirare le fila. Non era mai a corto di astuzie per imporre il suo potere. Sguinzagliava i suoi scagnozzi a provocare da qualche parte un incidente, magari in uno dei suoi caffè. Poi spediva Ashoka per ristabilire l’ordine e far vedere alla gente quanto lui fosse buono e influente. Si muoveva di persona solo nei casi molto delicati. E quando Ashoka o un altro dei suoi figli avevano abusato di una ragazza dello slum, si dimostrava talmente generoso  con i genitori che l’incidente veniva premurosamente messo a tacere. In poche parole, era un signore. ❞

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Dove puoi acquistare il libro:

518AAjWVhyL._SX313_BO1,204,203,200_ La Città della Gioia viene pubblicato per la prima volta nel 1985. L’edizione italiana è a cura della Arnoldo Mondadori (copertina in foto), e appartiene alla collana Oscar. Vista la diffusione e il tempo trascorso dalla pubblicazione, è facilmente reperibile in qualsiasi biblioteca. Per acquistarlo via internet, seguire i link.

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Photo credits:
¹ The view of the Dharavi slum in Mumbai, Maharashtra, on July 31, 2012.Credit Divyakant Solanki/European Pressphoto Agency.
² A group of kids in the Bhopal slum. Credit Latrobe Student Union.

 

 

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5 thoughts on “FRAMMENTI DI LIBRI

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