L’apprendimento razionale è ciò che fa l’essere umano Uomo.

La capacità di interrogarsi su sé stesso, di dare una forma alla propria essenza e di dispiegare questa sua forma nelle arti e nelle scienze è ciò che rende l’essere umano l’Ente – filosoficamente parlando – che sovrasta tutti gli altri.

E – psicologicamente parlando – il momento in cui questo apprendimento inizia e si sviluppa è il momento in cui l’essere umano impara l’operazione più filosofica e più psicologica di tutte: il linguaggio. E questo momento corrisponde alla tenera età.

Esso corrisponde a una serie di concetti astratti, espressi attraverso suoni e poi segni grafici, che vogliono significare immagini, sensazioni, situazioni, percezioni comuni a tutti gli Uomini.

Mam-ma, Mam-ma, dì Mam-ma. Paaa-pà, pa-pà.

Quando i genitori insegnano ai figli a parlare una determinata lingua insegnano loro a diventare a tutti gli effetti Uomini. Quando li affidano agli insegnanti per far sì che imparino a leggere e scrivere, danno loro la possibilità di essere a tutti gli effetti Uomini.

Ok, un bellissimo discorso incomprensibile, ma, quindi? Perché tutto questo?

Perché mi è capitato di sfogliare un mio vecchio quaderno di prima elementare e osservando pagine di lettere dell’alfabeto, storie di buffi animali parlanti e le schede da colorare, basate su queste storie, mi sono chiesta perché?

Perché per farci sviluppare la fantasia ci fanno inventare storie partendo da immagini colorate?

Perché mai di ogni fiaba fare il disegno e colorarlo?

Perché diavolo si incontrano bambini alle mostre con la classica maestra che legge la storia e indica i personaggi narrati sul quadro?

Per risolvere tutti questi interessantissimi perché servirebbe aprire cinque o più libri di Linguistica, Psicolinguistica e Pragmatica e ottenere la risposta dei docenti, studiosi, plurilaureati, sapientoni. La risposta più giusta che ci sia, ma anche la meno filosofica, perché appartiene a tutti senza appartenere a nessuno.

E’ per questo che scarterò la risposta scientifica e vi dirò la mia attraverso le due cose che (mi) conosco(no) meglio, libri e l’arte.

 


 

Emma Lindström & James Joyce

Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Levò alto il bacile e intonò:

– Introibo ad altare Dei.

Fermatosi, scrutò la buia scala a chiocciola e chiamò berciando:

– Vieni su, Kinch! Vieni su, pauroso gesuita.

Avete mai giocato al Piccolo Elettricista? Vi viene dato un circuito, da costruire collegando i fili ai giusti poli e ai giusti contatti perché possa passare la corrente necessaria ad accendere un piccolo led. La mente funziona più o meno così. Una maratona di informazioni, di piccoli step e passaparola tra neuroni che si illuminano e segnalano l’acquisizione del dato. Tante luci che in uno spazio ridotto – forse, le luci di Broadway nella testa di ognuno.

Non ricordo quale vecchio autorevole diceva che non si finisce mai di imparare, che la conoscenza è come i cerchi nell’acqua dopo aver buttato un sasso.

Joyce e la Lindstrom sfruttano la stessa cosa, l’imprevedibilità della mente umana, i collegamenti. Nella scrittura, e nell’arte.

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Anohaoo I (Mixed media on canvas)

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Luca Pignatelli & Patrick Modiano

Da un po’ di tempo Bosmans ripensava a certi episodi della sua giovinezza, episodi incoerenti, tronchi, visi senza nome, incontri fugaci. Tutto ciò apparteneva a un lontano passato, ma poiché quelle brevi sequenze non erano legate al resto della sua vita, esse rimanevano in sospeso, in un eterno presente. Non avrebbe mai smesso di farsi domande in proposito, e non avrebbe mai avuto risposte. Per lui quei brandelli sarebbero stati sempre enigmatici. Aveva cominciato a compilare un elenco cercando comunque di individuare dei punti di riferimento: una data, un luogo preciso, un cognome con un’ortografia incerta. Aveva comperato un taccuino moleskine nero che teneva nella tasca interna della giacca, cosa che gli permetteva di scrivere appunti in qualunque momento della giornata, ogni volta che uno dei ricordi intermittenti gli attraversava la mente. Aveva la sensazione di dedicarsi a un rompicapo.

Scegli per ogni sequenza della storia l’immagine che la rappresenta. 5 figurine, 5 parti del discorso, trovare le corrispondenze: ricostruire la storia attraverso le immagini, ricostruire una connessione di parole attraverso i concetti dietro quelle parole, le immagini.

Problema: Giorgio riceve dalla nonna 12 caramelle. Decide di tenerne un terzo per sé, un terzo darlo alla propria sorellina e dividere le restanti tra i due cuginetti. Quante caramelle spetteranno a ognuno? Anche la matematica, è un linguaggio umano, esattamente come le lingue native. Ha la possibilità di essere universale, a differenza delle altre. E ogni bambino del mondo si trova portato, davanti a un problema da risolvere, a ricostruire una serie di eventi e tradurli in questa lingua universale.

L’impulso elettrico negli elettroni corre e passa tutto quello che sa al suo vicino. L’ultimo del percorso è quello che arriva ad avere in mano la soluzione finale. Quello che forse per qualche micromillesimo di secondo si ferma a osservare tutto l’elaborato e dice: ma allora è andata proprio così.

Pignatelli, coi suoi teloni ferroviari, potrebbe di certo fare la parte dell’informazione che si sposta avanti e indietro come sui binari di un treno. Il passato, la conoscenza preacquisita torna e si manifesta attraverso le immagini. Così i bambini, con la loro valigia di passato&nozioni imparate possono partire alla conquista della lettura, della scrittura, della matematica. Prima accompagnati dalle immagini create da altri – come possono essere le figure di un libro – poi da quelle create da loro stessi – grazie all’immaginazione.

Modiano, è un amante delle matasse da sbrigliare e un grande tessitore di storie. Anche lui, coniuga passato e presente, ma attraverso le parole. La rievocazione diventa un cardine: la conoscenza non è utile di per sé, è utile perché mediata dallo strumento della rievocazione. Un gigantesco pozzo in cui calare il secchio e raccogliere l’acqua. Epoche diverse finiscono con l’essere contemporanee, proprio come un’Afrodite in un posto che nessuno le avrebbe mai riservato.

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Afrodite (Acrylic, bitumen, mixed media on canvas rail)

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Sam Jink & Charles Bukowski

Venne il momento della prima corsa. Henry si avviò verso il settore dei solitari, dei dementi e della brutta gente, quella coi tacchi delle scarpe consumati e con quelle facce, derubate di tutto da tempo immemore, di tutto, salvo la determinazione a tirare avanti, anche senza la minima traccia di speranza o di musica, anche senza la minima speranza di vittoria.

Alcol, droghe, sesso, violenza: quattro punti cardinali che delimitano una sorta di cortile in cui si trovano racchiuse tutte le parolacce. Siamo naturalmente portati a sentirci scomodi, a provare fastidio davanti alla crudezza di certe situazioni e per questo, l’uso di queste parolacce segnala che essere umano siamo.

Ci mettiamo in contatto tra appartenenti della stessa specie attraverso la comunicazione ed è proprio attraverso la comunicazione che mandiamo segnali di noi. In base a cosa selezioniamo le parole del nostro discorso? Dire le parolacce cosa significa?

Per certi versi, significa spezzare un rigore imposto dalla società. Nella scrittura, nei racconti e più che mai nella poesia, significa eliminare il cortile e lasciar fluire nel discorso ogni parte della vita dell’Uomo. Il male contamina il bene, nel nome del realismo.

Realismo fastidioso. Realismo sporco. Quello di Bukowski. Non si leviga nulla, si apprezzano proprio le schegge.

Jink fa un’operazione simile a quella di Bukowski: prende un soggetto, la Pietà Vaticana di Michelangelo – immaginiamola come il disegno incantato delle scuole elementari – e la disillude. Toglie la Madre che seppellisce il Figlio e mette la realtà del figlio, che stringe il padre. Il figlio è vestito, integro, il cadavere del padre è nudo, freddo. Il suo viso non ha la dolcezza del Cristo morente, ma la sofferenza del vecchio morto. Un realismo che arriva come un pugno nello stomaco, anche grazie a una scultura realistica vera e propria, che riproduce carne e consistenze umane.

Bukowski e Jink si trovano sullo stesso piano perché entrambi, nello sporco, trovano il nocciolo della vita. Still Life, appunto.

 

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Still Life (Pietà) (Silicon, paint, human & hair)

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Gabriele Arruzzo & Aldo Palazzeschi

M’avvicinai donde veniva il segnale,
all’angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolleté.
– Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
– Ma tu chi sei? Che fai?
– Bella, sono una rosa,
non m’hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
– Te?
– Io, sì, che male c’è?
– Una rosa!
– Una rosa, perché?
All’angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?

Da grande voglio fare l’astronauta! Da grande voglio fare la principessa! Da grande voglio fare il presidente!

Io da grande voglio fare lo zuzzurullone!

Quello che si diverte a qualsiasi età, che ride di ogni cosa e proprio perché ride di ogni cosa coglie il vero senso della questione. Umorismo e comicità, insegnava Pirandello. Ma se di questa disciplina olimpionica che è il prendere le cose seriamente, ribaltandole e mescolandole trovando quello di cui ridere,  si dovesse trovare uno stendardo, io userei Arruzzo. Palazzeschi coi suoi Fiori lascivi farebbe da motto. Ogni cosa è poliedrica, ha mille lati e ce n’è sempre uno tragico e sempre uno comico.

Ognuno dà la propria definizione di realtà. L’importante è non prenderla mai troppo sul serio.

 

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painting a painting as a “pain-thing” (Melancholia 2013-2015)(Enamel and acrylic on canvas and wooden frame)

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Luigi Pellanda & Publio Virgilio Marone

Non affidarti troppo al colore, all’apparenza delle cose.

Non fermarsi davanti ai dipinti di Pellanda è impossibile. Chiunque, in una galleria o in un’esposizione temporanea, almeno un minuto, lo passa a fissare le sue opere. Lotus è uno dei miei preferiti in assoluto: ci stavo passando davanti, nella fretta di uscire perché si era fatto tardi e invece mi ha bloccata lì a osservarlo. Quando penso al colore del cielo di questo quadro, o ai fiori che catturano l’occhio, mi viene in mente la mia idea di Arcadia. Virgilio e i classici hanno messo il seme, io l’ho coltivato: ne è nata un’idea di pace e perfezione tutta soggettiva.

Scrivo questo perché una delle cose più belle che ci capita nella vita è imbatterci in oggetti che diventano amuleti. Come il topolino d’avorio di Dora Markus, che descrive Eugenio Montale – un topo bianco, d’avorio; e così esisti! – che le permette di esistere. Oggetti che magari erano nati per altri scopi, ma finiscono con l’essere i nostri portafortuna.

A tutti capita di avere una frase particolare, di un racconto, di una poesia, di una canzone, di un amico o di qualcuno incontrato per caso, con la stessa funzione di un amuleto materiale. Frasi che aiutano a segnare un obiettivo da raggiungere, a non perdersi per la strada.

Non importa il significato iniziale, non importa il concetto di fondo che quella frase possiede nella banca dati nel nostro cervello. Per noi, quella sequenza di parole avrà un perché personale. Non si può essere Uomini né senza sogni né senza la soggettività.

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Lotus.  (Oil on canvas)

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❝ Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice un altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli studenti, con le parole l’oratore trascina l’uditorio con sé e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo generale con cui gli uomini si influenzano reciprocamente. ❞

(Sigmund Freud)

 

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One thought on “Parliamo della fantastica mente umana

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