L’arte dell’ozio – Hermann Hesse

Un ballo

Grotto, alberi, pioggia, tramonto,

all’interno luce, oste, musica,

tenerezza, mondo campestre, ballo:

il tutto visto attraverso una grata di bosso,

Maria balla con un abito rosso.

❝ Dopo la lunga calura e la siccità è arrivata la pioggia, il tuo ha brontolato, qualche chicco di grandine si è schiantato sul terreno e dopo le prime esalazioni di vapore afose e soffocanti si è diffusa una tenue frescura; da lontano giunge un odore di terra, di sassi e di fogliame amaro. E’ già scesa la sera.

Nel bosco, sul pendio in ombra del monte, ci sono i grotte e le cantine del villaggio, minuscolo fantastico paesino da fiaba immerso nel verde, solo facciate di piccole case di pietra senza retro perché il tetto e l’abitazione si perdono nella montagna, nelle cui viscere sono scavate le cantine. Il vino riposa in grandi botti, vino dell’autunno scorso, e di quello prima ancora, di più vecchio non ne esiste. E’ un vino rosso, leggero, fresco e asprigno che sa del succo dei grappoli e della buccia degli acini, la spessa buccia della vite californiana che gli dà quell’aroma acidulo al quale bisogna essere abituati per poterlo apprezzare.

Siamo seduti fuori da un grotto, su una piccola terrazza del ripido pendio boscoso, dove si arriva salendo qualche gradino sconnesso e dove c’è posto solo per due tavoli. I fusti degli alberi sono enormi, antiche piante gigantesche: castagni, platani e robinie. Sulla loro chioma piove senza sosta una dolce melodia, ma neanche una goccia ci ha bagnato; la pioggia si perde nello spesso tetto di foglie e cola lungo i tronchi scuri. Noi sediamo al buio, nelle piccole tazze di terracotta bianche e blu c’è il vino rosato.

Sotto la nostra terrazza, che pare una piccola isola, tremula a perpendicolo la luce rossastra del porticato della cantina, che noi vediamo attraverso il fitto intreccio degli antichi cespugli di bosso. Nella luce della lampada brilla il gaio riverbero dell’ottone: sulle ginocchia di un uomo, con davanti a sé la piccola scodella di vino, è posato un corno. Se lo porta alla bocca. Un altro vicino a lui, visibile solo a metà, afferra un trombone e non appena i due cominciano a suonare si unisce una terza voce, un delicato strumento di legno che ricorda il fagotto. Suonano piano, con discrezione, consci di trovarsi sotto un piccolo portico angusto e di avere pochi ascoltatori. E’ un modo di suonare paesano, allegro, cordiale, non privo di sentimento e di umorismo, molto sicuro nel ritmo, e pieno di slancio, anche se l’intonazione non è perfetta. Questa musica somiglia al vino che beviamo: buono, schietto, campagnolo, fidato, senza inganni e senza seduzioni violente. I suoni ci hanno appena raggiunto, ci siamo appena voltati sulla nostra stretta panca di legno per guardare di sotto, che già arrivano i ballerini. Nell’ultima luce del giorno che indugia sul piccolo spiazzo davanti all’entrata della cantina, nell’ultimo bagliore della lampada che filtra dal porticato, ballano tre coppie. Noi le scorgiamo attraverso la spessa trama dei bossi, che perlopiù ce le nasconde.

La prima è formata da due ragazzine: una di dodici, l’altra di sette anni. La grande è tutta nera: nero il grembiule, nere le calze, nere le scarpe. La piccola è chiara: grembiule bianco, gambe nude, piedi scalzi. La dodicenne balla molto bene, segue il ritmo con attenzione, é coscienziosa, sa muoversi con sicurezza, avanza senza sbagliare i passi, li affretta e li rallenta al momento giusto. La sua faccia è compunta e, come un petalo diafano, ondeggia a malapena distinguibile nell’oscurità umida e tiepida della sera e del bosco. La piccina di sette anni non sa ancora ballare, ma è desiderosa di imparare. I suoi passi sono lunghi e solenni, fissa imperterrita i piedi della compagna, che a bassa voce della istruisce, e si mordicchia il labbro inferiore. Le due ragazzine esprimono gravità e al tempo stesso gioia, e la loro danza ha un proprio decoro infantile.

Compongono l’altra coppia due giovani sui vent’anni. L’uno, quello più alto, è scalzo e ha i capelli corti e crespi, l’altro porta un cappello di feltro a sghimbescio sulla testa. Tutti e due sorridono appena, tutti e due ballano con un impegno un po’ eccessivo, attenti non solo a eseguire ogni movimento in maniera corretta, ma a renderlo il più espressivo possibile. Tengono la mano intrecciata in quella del compagno lontana il più possibile da sé, rovesciano la testa all’indietro, di tanto in tanto si piegano sulle ginocchia, inarca la schiena e cercano di apparire il massimo della leggerezza e della disinvoltura. Il loro ballo entusiasma il suonatore dello strumento a fiato a legno, che ora suona con maggiore dolcezza e struggimento. i ballerini sorridono. Il più alto si infervora, è beato e innamorato di se stesso e del ballo. L’altro è più malizioso, forse anche un po’ impacciato, ma disposto sia a lasciarsi canzonare che a mietere elogi. Il più grande passerà più agevolmente attraverso le difficoltà della vita. ❞

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3 thoughts on “FRAMMENTI DI LIBRI

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