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ARCODAMORE – ANDREA DE CARLO

❝ Sono andato con Antonella Sartori a fotografare la casa di un regista teatrale. Lungo la strada lei era tutta tesa, con il suo registratore a cassette e il quaderno di appunti in mano, percorsa da un tremito interiore ancora più evidente del solito.

“Calmati,” le ho detto mentre parcheggiavo alla macchina; cercavo di capire se la sua era insicurezza o apprensione o metabolismo accelerato o cosa.

“Sono calmissima,” ha detto lei, con un taglio leggermente ostile nella voce.

Abbiamo fatto citofonare dal portinaio, e lei si aggiustava i capelli come se dovesse sostenere qualche genere di esame definitivo. Le ho detto a mezza voce “E’ un vecchio trombone. Per piacere.” Lei mi ha guardato con una luce fredda nei piccoli occhi azzurri.

Sopra una cameriera è venuta ad aprire; il regista in piedi nel grande soggiorno tenuto come un museo ha detto “Ah” finto sorpreso, ma era tutto vestito e atteggiato per l’occasione, con i capelli da vecchia signora riflessati di turchino. Appena ho cominciato a sistemare le luci è venuto a spiegarmi in tono petulante quali erano le inquadrature migliori; seguiva ogni mio gesto di stanza in stanza per paura che potessi rovinargli qualcosa. Diceva “Faccia attenzione,” diceva. “Non mi sfasci tutto come al solito.”

Alla fine si è seduto su un divano per l’intervista, concentrato sui gesti che faceva e sui gorgoglii della sua voce in modo quasi intollerabile. Parlava della sua casa e del suo rapporto con Milano in toni recitati di affetto e dolore e indignazione: diceva “Ogni volta che penso cos’hanno fatto a questa città mi sento ferito. Ferito. Come cittadino, prima ancora che come artista. Mi verrebbe voglia di andarmene all’estero per sempre, e certo non mi mancherebbero le occasioni, ma poi penso che il mio posto è qui. Ci vuole una rinascita morale, adesso che tutta la corruzione è venuta fuori ed è stata sconfitta. Gli artisti e gli intellettuali devono assumersi le loro responsabilità e guidare il riscatto di Milano.” Avrei voluto chiedergli dei miliardi rovesciati sul suo teatro-mausoleo non ancora finito, degli altri miliardi profusi anno dopo anno in messe in scena del suo io gonfiato e allocato di consenso critico preventivo; del processo per appropriazione indebita di fondi che ancora dovevano fargli.

Antonella Sartori lo ascoltava e faceva sì con la testa, sorrideva quando doveva anche se sempre in leggero ritardo, aggiustava il suo piccolo sedere sulla poltrona, controllava il registratore ogni pochi secondi per paura che avesse smesso di funzionare. Riuscivo sempre più a intravedere una sicurezza esile ma persistente al fondo delle sue esitazioni e dei suoi tremiti: uno strato inattaccabile dai dubbi come la nervatura in fibra di vetro in una struttura leggera. Bastava il suo modo di ascoltare il regista e poi quasi senza tenere conto delle sue parole leggergli la domanda successiva nella lista che si era preparata; bastava il gesto rapido e secco con cui si passava la mano tra i capelli. La studiavo da qualche metro mentre spostavo la macchina fotografica sul cavalletto, e mi colpiva l’idea di vederla con tanto distacco e continuare lo stesso ad avvicinarmi a lei.

Poi l’intervista è finita, il regista è andato a mettersi in posa al suo tavolo da lavoro. Inclinava la testa in un modo che doveva aver studiato per una vita intera: appoggiava la tempia ad una mano, con cautela per non schiacciare i capelli gonfi di lacca. Mi diceva “Non mi prenda troppo da vicino come un pesce”; “Non mi faccia venire il doppio mento”; “Non mi sbianchi lo sguardo con la luce.”

Gli dicevo “Non si preoccupi”; studiavo l’inquadratura come avrei fatto per una poltrona o un divano pesante.

Più tardi mentre scendevamo in ascensore Antonella mi ha detto “Forse potevi essere un attimino più gentile.”

Le ho detto “Potresti non dire un attimino, per piacere?” ma pensavo che il vizio di usare diminutivi le veniva forse dal bisogno di ridurre le sue percezioni ad angolature abbastanza strette per il suo corpo magro e la sua voce sottile.

Mi ha accompagnato al laboratorio di sviluppo e io l’ho accompagnata a ritirare dei vestiti; siamo arrivati sotto casa sua con una pioggia fina sospesa dal freddo a mezz’aria. Ha esitato prima di scendere dalla macchina, mi ha chiesto “Vuoi salire a bere qualcosina?”

Le ho detto “Magari,” anch’io esitante. Aveva questo modo neutro di presentare le cose, non capivo quanto dovuto a un filtro di timidezza che tratteneva il calore di ogni gesto, quanto a una vera freddezza di base. ❞

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