A Beautiful Mind

La scomparsa di Majorana – Leonardo Sciascia

❝ Come tutti i siciliani “buoni”, come tutti i siciliani migliori, Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno i genio del gruppo, della “cosca”). E poi, tra il gruppo dei “ragazzi di via Panisperna” e lui, c’era una differenza profonda: che Fermi e “i ragazzi” cercavano, mentre lui semplicemente trovava. Per quelli la scienza era un fatto di volontà, per lui di natura. Quelli l’amavano, volevano raggiungerla e possederla; Majorana, forse senza amarla, “la portava”. Un segreto fuori di loro – da colpire, da aprire, da svelare – per Fermi e il suo gruppo. E per Majorana era invece un segreto dentro di sé, al centro del suo essere; un segreto la cui fuga sarebbe stata fuga dalla vita, fuga della vita. Nel genio precoce – quale appunto era Majorana – la vita ha come una invalicabile misura: di tempo, di opera. Una misura come assegnata, come imprescrittibile. Appena toccata, nell’opera, una compiutezza, una perfezione; appena data perfetta forma, e cioè rivelazione, a un mistero – nell’ordine della conoscenza o, per dirla approssimativamente, della bellezza nella scienza o nella letteratura o nell’arte – appena dopo è la morte. E poiché è un “tutt’uno” con la natura, un “tutt’uno” con la vita, e natura e vita un “tutt’uno” con la mente, questo il genio precoce lo sa senza saperlo. Il fare è per lui intriso di questa premonizione, di questa paura. Gioca col tempo, col suo tempo, coi suoi anni, in inganni e ritardi. Tenta di dilatare la misura, di spostare il confine. Tenta di sottrarsi all’opera, all’opera che conclusa conclude. Che conclude la sua vita.

Prendiamo Stendhal. E’ un caso, il suo, di precocità ritardata al possibile. Un caso anche di doppia precocità, poiché precoci sono pure i suoi libri in rapporto al tempo in cui vengono pubblicati, in rapporto alla contemporaneità. Di questa seconda precocità Stendhal è cosciente. All’altra, di cui ha premonizione e paura, tenta di sfuggire in tutti i modi. Perde tempo. Si finge ambizioni carrieristiche e mondane. Si nasconde. Si maschera. Rampa per plagi e pseudonimi (che sono poi il rovescio e il dritto della stessa paura). Ed è un gioco che fino ad un certo punto gli riesce. Diciamo che gli riesce fino a De l’amour. Ma quando scrive questo libro, è chiaro che non ha più molte chances a prolungare il gioco. Ancora alcuni anni di resistenza: e in un breve giro di tempo è costretto a scrivere “tutto”. Non può più ritardare, né più gli vale il dire “io non sono io”. Continua a dirlo, come per forza di inerzia: ma Henry Brulard ha la precisa funzione di consegnare Henri Beyle, di costituirlo alla morte – di costituirlo com’era tra l’infanzia e la giovinezza, tra Grenoble negli anni della Rivoluzione e Milano negli anni della campagna napoleonica; nel tempo cioè che gli era stato assegnato per l’opera e che lui è riuscito a rimandare, a ritardare, ad evadere: Al limite del possibile. Ed è da questa incongruenza, da questa precocità rimandata alla maturità, da questo nucleo di vita preservato intatto e nitido come in vitro, da questa età che urge ed erompe in un’altra, che viene l’incanto di ogni pagina stendhaliana. Possiamo aggiungere che segno per noi certo della precocità di Stendhal, della sua “rimossa” precocità, è la natura della sua mente (e potremmo anche rovesciare l’espressione: la mente della sua natura): identica a quella di altri precoci. Giorgione, Pascal, Mozart: per limitarci ai casi più conclamati. Una mente matematica, una mente musicale. Una mente “calcolatrice”.

A fronte di quello di Stendhal, opposto ma dimostrativo della stessa verità, sta il caso di Evaristo Galois. E come Stendhal fa ti tutto per ritardare, Galois – ventenne – passa la notte che precede il duello, in cui “sa” che morirà, ad anticipare: e febbrilmente condensa in una lettera al suo amico Chevalier l’opera che gli era assegnata, l’opera che non può non essere un “tutt’uno” con la sua vita: la teoria dei gruppi di sostituzioni.

Senza saperlo, senza averne coscienza, come Stendhal Majorana tenta di non fare quel che deve fare, quel che non può non fare. Direttamente e indirettamente, con le loro esortazioni e col loro esempio, sono Fermi e “i ragazzi di via Panisperna” che lo costringono a fare qualcosa. Ma la fa come per scherzo, per scommessa. Con leggerezza, con ironia. Con l’aria di chi in una serata tra amici si improvvisa giocoliere, prestigiatore: ma se ne ritrae appena scoppia l’applauso, se ne scusa, dice che è un gioco facile a farsi, che chiunque può fare. Oscuramente sente in ogni cosa che scopre, in ogni cosa che rivela, un avvicinarsi alla morte; e che “la” scoperta, la compiuta rivelazione che la natura di un suo mistero gli assegna, sarà la morte. E’ un “tutt’uno” con la natura come una pianta, come un’ape; ma  differenza di queste ha un margine, sia pure esiguo, di gioco; un margine in cui aggirarla e raggirarla, in cui cercare – anche se vanamente – un valico, un punto di fuga. ❞

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One thought on “FRAMMENTI DI LIBRI

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