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FINO ALL’ULTIMO RESPIRO – ANNE SWÄRD

❝ Mi hanno messa in guardia dai lidi stranieri, i posti di cui ignoro i pericoli; è importante rimanere nei luoghi che si conoscono e dove si sa come comportarsi. Non ho mai seguito il consiglio. Appena comincio a sentirmi a mio agio, levo le tende. Luoghi e persone mi appaiono tanto più estranei quanto più ne approfondisco la conoscenza. La vista su una città sconosciuta da una camera presa per una notte mi rilassa: mi fa sentire a casa, forse proprio perché non è casa mia, dove ho tutte le mie cose, tutti i miei affetti. Posso trovarmi in qualsiasi città del mondo e provare lo stesso senso di solitudine, di nostalgia per un posto che non c’è. Se casa è dove il proprio odore non si distingue da quello degli altri, un luogo simile per me non esiste.
Viaggio senza una meta precisa, ma ogni viaggio ha una destinazione nascosta di cui spesso nemmeno il viaggiatore è consapevole, almeno così ho letto da qualche parte. Aprile è il più crudele dei mesi, non ci sono occhiali da sole che proteggano abbastanza dalla luce primaverile nelle strade di Kazimierz. Fisso il sole, senza curarmi che il mio sguardo possa risucchiare qualcuno e ridurlo in cenere.
Qui è pieno di cani, randagi e domestici: questi ultimi vanno in giro con la coda ritta, sempre sull’attenti; gli altri, invece, sono più tranquilli, gli esseri umani non sembrano interessarli minimamente. Cani appisolati nella luce pomeridiana. E’ una bella giornata ma nell’aria c’è una strana tensione, come se si stesse avvicinando qualcosa, o qualcuno; il suolo è spazzato dal vento e, benché addormentate, le bestie sono all’erta, le pupille guizzano dietro le palpebre. Gli animali sono solo un’immagine passeggera nello spettacolo offerto dalle strade cittadine: potrebbero alzarsi in qualunque momento e andarsene altrove, dominati come sono da impulsi primari, attratti o in fuga da chi sa cosa.
Allora: addormentarmi avendo dimenticato chi sono e svegliarmi come qualcun altro, con una faccia diversa. Uscire a comprarmi un paio di stivali nuovi e buttare quelli vecchi: è ciò che faccio il terzo giorno. In cuoio rosso scuro, con un motivo floreale ricamato sul gambale. Mi pizzica la punta della lingua, quasi una premonizione. Un’ottima giornata, me lo sento: un’ottima giornata, un’ottima primavera.
Le scarpe nuove si fanno sentire a ogni passo, il cuoio duro fascia i polpacci in una stretta rigida ma gradevole, che risveglia in me un nuovo livello di percezione, allarmante e invitante al tempo stesso, mentre nel tardo pomeriggio cammino lungo il fiume seguendo la corrente.
Le donne di questa città hanno così tante facce. La più bella è il viso nudo, chiuso e tranquillo come un uccellino addormentato, che sfoggiano di prima mattina, quando si affrettano lungo il fiume seguite dai cani. Ogni giorno le gerarchie devono essere ridefinite. Tracce dei loro incontri notturni sul collo, ellissi venate di azzurro che è impossibile lavare via ma che bisogna camuffare con il trucco prima di salire sui filobus e sui tram per andare al lavoro. Desideravo essere una di loro e ora lo sono; ho imparato a camminare allo stesso ritmo lento dell’acqua che scorre, copio vezzi e movimenti, mi mimetizzo. L’unica cosa che ancora ci distingue è la lingua, ma non si nota neppure: lungo la riva del fiume ci muoviamo tutte in silenzio. Questa città mi cambierà, ne sono certa: la luce, gli uomini, le donne.

Mi fermo un momento per far riposare i piedi, che pulsano doloranti, e dalla panchina dove sono seduta vedo un uomo sulla sponda del fiume: sta distribuendo cibo ai cani randagi da un sacchetto di plastica. Il modo in cui li tiene a bada, affinché i più audaci non rubino la razione ai più deboli, mi fa pensare a un registra teatrale con la sua troupe. Mi grida qualcosa e sorride. Ricambio il suo sorriso, facendogli intendere a gesti che non capisco, e lui non trova di meglio che ripetere la frase urlando più forte. Come se bastasse per farmi comprendere. Poi tenta di mandare via i cani e mi viene incontro, ma quelli non hanno nessuna intenzione di lasciarlo andare e mentre si avvicina continuano a ronzargli intorno.

Mi alzo in piedi di scatto, gli animali non hanno un aspetto rassicurante. “Nie mówie po polsku” esclamo, sulla difensiva. “That was perfect Polish” risponde. Certamente, ma “non parlo il polacco” è tutto quel che so dire in polacco. “English is okay” mi dice ridendo “and I really like your boots.” ❞

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3 thoughts on “FRAMMENTI DI LIBRI

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