Venuto al Mondo – Margaret Mazzantini

❝ Ogni giorno, anche nei giorni peggiori, si tirava su dal letto pieno di energia, mi ringraziava di essere ancora lì accanto a lui. Era come vivere con un gatto, di quelli che si muovono appresso a te per casa e appena possono ti saltano addosso e ti leccano con la loro linguetta ruvida. Restava in camera oscura fino a tarda notte, ne usciva con gli occhi rossi, le mani consumate. Al mattino stavo attenta a fare piano, aprivo le ante dell’armadio trattenendo il fiato. Ma lui voleva starmi vicino, preparava il caffè, scriveva piccoli messaggi che infilava nelle tasche del mio cappotto. Faticavo a lasciarlo lì in cucina appeso alla finestra. Toglievo la catena al motorino, mi voltavo a salutarlo. Non pranzava, non faceva niente senza di me, usciva anche lui. Si metteva in giro per cercare di vendere qualcuna di quelle fotografie che nessuno voleva. Camminava fiducioso con la borsa a tracolla, con le sue gambe scheletriche, in quella città che non era sua senza deprimersi mai.

Ci sono cose. Piccole cose che non dimenticherò, che sono niente e invece restano più forti di tutto. Restano le scale del palazzo della nostra prima casa, quei tornanti di marmo a scaglie bianche e nere, quei pianerottoli…il corrimano dove mi aggrappavo correndo. Tornavo con la borsa che mi cadeva dalla spalla, la sciarpa che pencolava sui gradini, i sacchetti della spesa. Non aspettavo nemmeno l’ascensore, m’arrampicavo sulle scale, i polmoni grandi. Ancora col cappotto addosso mi mettevo a cucinare, svuotavo i sacchetti sul tavolo, tiravo fuori i sottopiatti, i bicchieri con il gambo, volevo che ogni sera fosse un brindisi.

Avevo trovato quel lavoro da redattrice in una piccola rivista scientifica che usciva una volta al mese. Eravamo solo in cinque, io facevo un po’ di tutto, traducevo articoli dall’inglese, mi occupavo dell’impaginazione, dell’archivio, passavo ore al telefono per promuovere gli abbonamenti annuali, parlavo con insegnanti, presidi, operatori culturali, segretari di enti pubblici e di aziende private. Era un contratto volante, la rivista ogni mese rischiava di chiudere. Mi ammazzavo per due soldi e con poche prospettive per il futuro. Non me ne importava granché di medicina molecolare, di campi vettoriali radiali, di energie sottomarine e della teoria ondulatoria della luce, però non mi dispiaceva il piccolo mondo a parte di quella rivista minore. Mi piaceva la redazione, al centro, una sola stanza nei locali dei seminterrati di un palazzo storico, dove un tempo c’erano le stalle e dal cotto in terra usciva ancora il salnitro, mentre gli archi dei sotterranei avevano ancora gli affossamenti delle schiene dei cavalli. Mi piacevano gli scaffali di ferro con i raccoglitori, il bollitore per il tè in un angolo, il cestino con le bustine del tè, le chiacchiere in piedi con i colleghi e quelle tazze bollenti in mano.

Certe volte Diego veniva a prendermi. Bussava dai vetri di quelle finestre basse sull’asfalto. Scendeva le scalette, faceva capolino dalla porta con il suo viso vispo e pallido, quegli occhi prominenti e quel sorriso troppo grande che gli sbranava le guance magre. Era inverno, aveva ancora il suo zuccotto di lana. La sua testa, chiusa  in quella calotta di lana scura, sembrava più piccola.

“Come sei bella…”

Io non ero bella, ero normale… avevo le occhiaie di quella giornata, il mio odorino stantio di ufficio, la voce rauca di ore trascorse al chiuso. Il mio corpo infilato nella città era un corpo qualunque, infagottato di abiti e pensieri. Ce ne andavamo verso casa abbracciati, tra le vetrine che spegnevano le luci e la gente che camminava veloce sui marciapiedi. Mi bastava stringermi alle sue ossa per sentirmi in pace. ❞

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One thought on “FRAMMENTI DI LIBRI

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